Perù e Bolivia: tra Cordilleras e Cantine

 

Di ritorno dalla spedizione alpinistica autogestita in Perù e Bolivia sono finalmente in grado di tracciare un bilancio del mese abbondante di trek e scalate in compagnia di Adriano Dal Cin. Delle sette impegnative salite su ghiaccio e misto che abbiamo tentato solo cinque montagne (di cui 4 sopra i 6000 m) ci hanno visto raggiungere la cima. Sono l'Urus, il Tocllaraju e l'Artesonraju nella Cordillera Bianca in Perù a cui hanno fatto seguito il Parinacota e il Sayama nella Cordillera Occidentale boliviana. Per le restanti due cime in programma, il bilancio è agrodolce: sull'Illampu siamo giunti a soli 10 m dalla vetta mentre sul Chopicalqui ne mancavano ben 200. I motivi? L'abbondante neve caduta quest'anno sulle Cordilleras, i vasti crepacci aperti sulle creste, e non da ultimo (per l'Illampu) una cornice di neve inconsistente alta più di un metro che sormontava una parete verticale di ghiaccio a 6300 m, su cui siamo rimasti aggrappati coi nostri piolet per un'ora buona cercando invano di passare, il tutto a pochi metri dalla vetta. Da parte mia il viaggio è continuato con un'appendice turistico-gastronomica dedicata alla scoperta del volto meno noto dei due paesi andini: Santa Cruz de la Sierra con il circuito delle missioni gesuitiche (ricordate il film Mission?) e le sue comunità di biondi Mennoniti teutonici. Poi la piacevole sorpresa di Tarija con le sue cantine poco note la cui piccola produzione ha però vinto prestigiosi premi internazionali, come la Bodega Campo de Solana. E via ancora degustando tra le bodegas di Ica, questa volta in Perù, tra Pisco e Mosto Verde. Ciliegina sulla torta, una maratona di tre giorni a Lima ad altrettante vette della gastronomia internazionale, considerate tra le prime 50 al mondo, a dar retta ai siti specializzati in classifiche: Maido (cucina nippo-peruviana con la sua Experiencia Nikkei); Astrid y Gastón (con la sua cucina moderna del territorio) e vetta tra le vette, n°5 al mondo, il Central (un'esplorazione gastronomica tra le varie altezze ed ecosistemi del Perù). Qui il discorso si fa assai tecnico e si rende necessaria una recensione più meditata, che giungerà implacabile prossimamente su queste pagine.

In Cina al campo base nord del K2

 

Si è concluso con successo il trek in Sinkiang, che ci ha visto raggiungere il campo base italiano sul versante cinese del K2. Qui di seguito le immagini. Si è trattato di un trek d'altri tempi, a quote comprese tra i 4000 e i 5000 m, in cui occorre superare numerosi guadi a piedi e a dorso di cammello. Partiti da Kashgar, abbiamo raggiunto in fuoristrada Yilik, ultimo avamposto abitato da pastori kirghizi. Prima d'iniziare il trek a piedi abbiamo percorso un totale di 545 km in fuoristrada, scanditi dai posti di blocco cinesi, da due passi montani (di cui uno alto 5000 m) e infine da una pista polverosa lunga 45 km tra le montagne impervie e franose del Kun Lun. Qui si trova la frontiera di fatto tra Cina e Pakistan, molto distante dallo spartiacque reale, costituito dalle valli disabitate di Surakwat e Karatash attraverso il passo di Aghil. Prima di entrare nella 'terra di nessuno' ci siamo sottoposti ai minuziosi controlli dell'esercito e della polizia, che ci hanno dato il via libera per attraversare i numerosi reticolati di filo spinato elettrificato apparsi dal nulla come arbusti velenosi negli ultimissimi anni. A piedi e a dorso di cammello abbiamo superato i guadi sullo Shaksgam, seguendo una traccia visibile solo dalla nostra guida kirghiza e dai cammellieri. Abbiamo attraversato una landa desertica, completamente disabitata, fatta di ampie e piatte valli fluviali alte 4000 m, incassate tra impervie montagne che nessuno ha mai salito. Abbiamo campeggiato nelle rare anse del fiume dove crescono magri arbusti, unico alimento per le nostre cavalcature. Eravamo una carovana di 12 cammelli, 3 cammellieri, il cuoco, l'aiuto, e la guida oltre a 9 di noi. Dopo cinque giorni di passi e di guadi impegnativi, superati perlopiù in sandali con l'acqua gelida che saliva alle cosce, abbiamo ammirato per la prima volta l'inconfondibile silhouette del K2 stagliarsi sul fondo di una valle stretta e incassata. Lo spigolo nord della montagna si ergeva nitido, contornato dall'azzurro del cielo da un lato e il bianco delle nubi sull'altro. Lo sperone nord-ovest del Chogori 'fumava', segnale dei forti venti in quota sullo spegnersi dell'estate nel jet stream autunnale. La salita al campo base italiano, 4700 m, sul fianco sinistro orogr. di una morena che non riesce più a contenere lo straripante ghiacciaio scuro che scende dal vertiginoso versante nord del K2 non ci ha regalato una visione migliore: per vedere la montagna più da vicino avremmo dovuto superare un labirinto di caotici castelli di ghiaccio separati da profondi crepacci: percorso impossibile per un gruppo di trekker privi di attrezzature alpinistiche come eravamo noi. Rientrati a Kashgar, capoluogo della Regione Autonoma Uigura del Sinkiang, Xinjiang in mandarino, abbiamo impiegato gli ultimi due giorni per una visita di cortesia al confine col Tajikistan, là dove sorge la catena del Muztagh Ata, il 'Padre dei Monti di Ghiaccio'. La montagna, imponente e maestosa, ci è apparsa nitida nel cielo autunnale accanto al vicino Kongur Tagh, permettendo ai nostri fotografi di consumare gli obiettivi oltreché le batterie di riserva. Il trek, da me coordinato, ha ottenuto il patrocinio del CAI sez. di Imola in occasione delle celebrazioni per il 90esimo anniversario della Sezione di cui ho l'onore di essere socio.