Polo Nord

Viaggio al Polo Nord

Reportage di una Spedizione sul Pack Artico

 

Paesaggio del pack artico

 

Testo e foto di Giuseppe Pompili

“La nostra terra ha vasti confini;
non è mai nato uomo che l’abbia girata tutta.
E nasconde nel suo petto segreti
che l’uomo bianco non può neanche immaginare.
Quassù viviamo due vite diverse;
d’estate, sotto la torcia del Caldo Sole;
d’inverno, sotto la sferza del Vento del Nord.
Ma sono il buio e il freddo che ci fanno pensare di più.
E quando la lunga Tenebra si stende su tutto il paese,
molte cose nascoste si svelano
e i pensieri degli uomini imboccano sentieri tortuosi.”
Blind Ambrosius

Il volo sull’oceano gelato per giungere al campo avanzato sul pack riserva qualche emozione al turista per la prima volta in visita da queste parti. Ai confini della stratosfera, stipati come sardine nella stiva di un cargo, si ammira molto più in basso la sottile trama di linee irregolari che solcano la banchisa, simile ad un’enorme ragnatela. Il paesaggio è bizzarro, quasi alieno nella somiglianza alla crosta ghiacciata di Europa recentemente fotografata dalla sonda interplanetaria Galileo. I più curiosi si assiepano contro gli unici due oblò della stiva per osservare, non senza inquietudine, la tassellatura discontinua della distesa di ghiacci interrotta qua e là da stretti bracci di mare che spiccano neri come inchiostro nell’accecante bagliore bianco. La banchisa artica non è né ferma né stabile. Sospinta dai venti e dalle correnti si rompe e si rinnova in un ciclo senza fine. All’arrivo, non appena sbarcati sul pack dal tiepido ventre dell’Antonov, il sole costringe a socchiudere gli occhi mentre l’aria secca e gelata irrita le narici. Ci sono ventotto gradi sotto zero ma fa ancora più freddo perché il vento soffia da nord. E’ stato questo il nostro primo contatto con l’Artico dopo due giorni d’incredibili trasferimenti dalla Siberia settentrionale alla base derivante. Subito dopo l’atterraggio, svanito il calore immagazzinato, il gelo polare non ha tardato a stringere il suo freddo abbraccio che non ci avrebbe più lasciato nei giorni successivi sino a far rimpiangere il severo clima della primavera siberiana. L’idea di andare a piedi sul pack mi affascinava. Questo desiderio, unitamente all’attrazione per il deserto ghiacciato dell’Artico, mi ha indotto a partecipare alla spedizione North Pole ‘97. Il percorso verso il polo si è svolto a tappe, con gli sci che venivano tolti all’occorrenza nei tratti più accidentati. Tutti i membri della spedizione trascinavano una piccola slitta legata all’imbragatura. In aggiunta alla tenda, al combustibile ed ai viveri la slitta conteneva l’equipaggiamento necessario per la sopravvivenza. Sin dall’inizio la vista della brulla distesa attraversata da un labirinto di crepe e canali a guisa di un tempestoso oceano pietrificato è stata per me fonte di sorpresa e meraviglia. L’orizzonte era spesso celato a trecentosessanta gradi da nubi indefinite fatte di aghi ghiacciati, eterei cristalli che oscuravano persino l’anello del sole. Il fenomeno è noto come white-out e non ha equivalente alle medie e basse latitudini. Per molte persone l’armonia tra i luoghi e l’individuo è fondata sulla familiarità, nel comfort di un paesaggio addomesticato dove gli agi sono a portata di telecomando e la noia della sazietà è sempre in agguato. Per altre la naturale austerità della regione artica è una grande ricchezza, la sua semplicità fisica una forma di voluttà, la desolazione dei luoghi ai confini del mondo abitato, dove la grande tenebra domina incontrastata per metà dell’anno, il suo fascino profondo.

Le Città della Ruggine

Dudinka, Norilsk, Kathanga: la via più breve ed economica verso il Polo Nord passa per le città della Siberia settentrionale. Occorrono quattro ore di volo per giungere da San Pietroburgo a Norilsk e un’altra per arrivare a Kathanga, porto sull’artico situato a cavallo del 72° parallelo in prossimità del polo del freddo, a più di 3300 chilometri da San Pietroburgo. Questi paesi, in realtà poco più che villaggi, rivelano i cambiamenti di una Siberia che sta cercando faticosamente di uscire da un lungo isolamento. La necessità di aprirsi a nuovi mercati in cerca di opportunità e di benessere va crescendo in parallelo con l’apertura al turismo ed al commercio. Per nove mesi l’anno un sudario di neve e di ghiaccio avviluppa ogni cosa. A primavera inoltrata la torre di controllo dell’aeroporto di Norilsk è ancora sepolta da cumuli di neve per metà della sua altezza. L’area d’atterraggio, ghiacciata dalle tormente e dal blizzard, è scivolosa quanto una pista di pattinaggio e solo l’abilità dei piloti russi riesce a far atterrare indenni i pesanti Ilushin. Il villaggio di Kathanga conta poco più di 5000 abitanti, una macchia scura che si allunga sulla tundra. Le costruzioni si spingono lungo l’argine destro del Kheta, strette fra l’aeroporto ed il porto accessibile alle imbarcazioni un solo mese l’anno. Il paese è riscaldato da vetuste centrali a carbone che scaricano senza tregua nel cielo limpido un fumo denso e acre. Gli alti camini sono alimentati da mucchi di combustibile accatastato sopra al suolo gelato. Il carbone si accumula contro le pareti delle case e si spande per le strade mischiato a neve così sporca che pare antracite. Sulla riva del fiume un enorme blocco squadrato di ghiaccio traslucido, dalle finalità misteriose, s’insinua tra le chiatte e i pescherecci intrappolati alla fonda nell’attesa del disgelo. I rottami abbandonati affiorano dalla neve solamente più tardi, con l’avanzare della breve estate artica. Sorprende allora la quantità di detriti lasciati marcire all’aperto tra le cataste di profilati e i mucchi di tubi scuri rosi dalla ruggine che ovunque domina incontrastata, malattia e morte del metallo. Oltre al bianco e al nero, le tinte più comuni che si osservano sono il grigio e il bruno, combinate insieme a formare l’intero spettro delle sfumature possibili. I colori vivaci, come si usa in tanti paesi del Grande Nord, sono pura esibizione, artifici per ingannare la monotonia di un paesaggio sospeso tra il bianco della neve ed il grigio della tundra. In paese, le palafitte di legno e le costruzioni più vecchie stanno lentamente affondando in un suolo che sembra volerle risucchiare. Accanto alle baracche sbilenche, ormai disabitate, si trovano abitazioni moderne, dipinte di turchese e cremisi come le case di Boca, il variopinto quartiere di Buenos Aires. L’intento è quello di vincere la malinconia delle lunghe giornate oppresse dalle tinte pallide ed evanescenti dove la terra e il cielo si confondono l’una nell’altro, indistinguibili. Un semplice monumento al centro di uno scheletrico giardino di Khatanga ci ricorda che sono ormai passati trecentosettanta anni dalla sua fondazione, da quando la tenace caparbietà degli uomini ha popolato per la prima volta questi luoghi inospitali, contro ogni logica, a dispetto del freddo, del buio, della malinconia e dell’isolamento.

La Base Borneo

Borneo è il nome scelto per la base derivante sul pack. L’appellativo non è privo di humour considerando le condizioni non proprio equatoriali. Il charter che fa la spola tra Khatanga e Borneo compie un volo straordinario. Atterrare nel bel mezzo del mar glaciale artico comporta una decelerazione violenta che sembra eccessiva per l’accidentata superficie della banchisa. Mentre il bireattore rulla sul ghiaccio, profondo in primavera intorno ai due metri, mi chiedo come faccia a non sbandare sulla corta pista. L’Antonov 74 è un bireattore da trasporto russo senza posti a sedere, un’unica grande fusoliera costolata come il corpo di una balena entro cui ci si appoggia scomodamente all’equipaggiamento e alle slitte accatastate le une sulle altre, raggomitolandosi tra le cisterne di cherosene e le bombole di propano, rispettivamente carburante e riscaldamento per il campo. Il carburante costituisce la parte più importante del carico, l’energia indispensabile per la manutenzione e la sorveglianza di una pista che si riduce ad una doppia fila di bandierine piantate sul pack. Uno spartineve cingolato deve restare costantemente acceso per rimuovere i solchi e chiudere le crepe che inevitabilmente si formano sulla superficie ghiacciata dopo ogni decollo e atterraggio. Si preferisce lasciare il motore sempre acceso per non correre il rischio di farlo ripartire, operazione niente affatto scontata nell’ambiente artico. Lo scoppiettio rassicurante del motore segna così il pulsare vitale della base, un insieme di cinque tende e due elicotteri che sostano in permanenza sul pack. Oltre alla tenda del comandante e dei piloti una è allestita in permanenza per i meccanici e il radiotelegrafista. Poi c’è la tenda di Christian e Bernard, i due francesi di Parallele 90 che non temono rivali in fatto di cucina nel raggio di almeno duemila chilometri. Altri due ripari sono montati all’occorrenza, quando capita di accogliere nuovi ospiti. A completare il quadro vi sono alcuni fusti di cherosene e un’antenna radio su cui sventola la bandiera della federazione russa. Nient’altro. Tutto è realizzato all’insegna dell’essenzialità, della provvisorietà. Alla base si vive sempre sull’orlo di uno sgombero immediato, senza preavviso. Strana vita quella delle basi artiche derivanti: si lavora duro, dormendo alla luce di un giorno ininterrotto dove gli unici cambiamenti sono scanditi dalle perturbazioni meteo e dove le fratture sul ghiaccio possono formarsi nel giro di minuti e allargarsi quanto basta per provocare un disastro aereo. La fortuna gioca un ruolo decisivo nella scelta del sito della base per evitare le zone dove i ghiacci si ripiegano su se stessi formando creste di compressione oppure dove si spezzano, spinti e stirati dalle enormi forze esercitate dalle correnti e dal vento. La banchisa, gelata in un’apparente immobilità, è in realtà un elemento vivo che si comporta in modo analogo ai continenti nella tettonica a placche. Si può andare alla deriva fino a venti chilometri in un giorno, situazione che costituisce una delle maggiori difficoltà per chi intraprende traversate. Nonostante la lunga consuetudine russa in materia di basi derivanti, le attività del campo sono spesso interrotte da evacuazioni, tanto imprevedibili quanto improvvise. Nel 1996 la base è stata spostata ben cinque volte in un mese a causa della rottura della pista, mentre quest’anno si è stati costretti a sgomberare una volta sola. L’interruzione dell’unico legame con la terraferma, distante più di ottocento chilometri, significa mettere in pericolo non solo la logistica delle spedizioni ma anche i suoi stessi occupanti. Gli elicotteri da trasporto MI-8, per quanto grandi, non hanno infatti autonomia sufficiente per rientrare a Sredny, la base più vicina al largo della Severnaya Zemlya, senza un rifornimento intermedio di carburante. Borneo vive una vita breve ed intensa unicamente in aprile da circa cinque primavere, da quando cioè la crescente domanda di un turismo al confine tra evasione e avventura unita alla crisi economica russa hanno determinato le condizioni per l’apertura di questo nuovo promettente mercato. Il compito dei poljarniki, gli uomini polari, è quello di mantenere operativo il campo estivo durante le cinque settimane in cui i pesanti aerei a reazione possono decollare e atterrare sul pack in sicurezza, prima che i ghiacci marini si assottiglino troppo. Con il progredire della stagione estiva infatti la banchisa si rompe in un arcipelago di isolotti separati da bracci di mare libero. Gli ex ricercatori ed esploratori che hanno scelto questo lavoro lo hanno fatto lasciando un precario impiego statale per reinventarsi imprenditori e offrire ad un ristretto pubblico di professionisti dell’avventura o più modestamente a un nuovo turismo epigone delle imprese polari quello che sino a qualche anno fa era esclusivo appannaggio di una ristretta cerchia di studiosi e di militari. Illuminata dal freddo sole artico la vita al campo scorre frenetica. Ad aprile è un continuo andirivieni di piccoli gruppi che si dedicano agli sport più disparati: dal lancio in paracadute sul Polo, già un classico, al volo in mongolfiera, costoso capriccio degli snob dell’aria. Non mancano le spedizioni che si cimentano in una marcia di dieci giorni sul pack, come la nostra. L’obiettivo era di giungere al Polo Nord in autonomia, con motivazioni che andavano dal puro piacere di marciare a quello di fotografare oppure, come nel mio caso, per filmare un documentario.

L'Odore della Terra

Il Polo Nord sembra essere oggi la meta privilegiata di una categoria molto speciale di persone, quelle da guinness dei primati. Pochi altri luoghi al mondo possiedono ancora intatta la capacità di sedurre tanti specialisti delle grandi imprese. A Borneo non è difficile scambiare battute con uomini le cui peripezie sono di solito raccontate dalle riviste specializzate. Questa schiera di forzati dell’Avventura comprende nomi famosi. L’Artico è per loro la fucina, complici gli sponsor miliardari, d’exploit di risonanza mondiale. Come Oba Mitsuro, il giapponese pazzo, che per la quarta volta ha tentato, riuscendoci infine, di raggiungere il Polo Nord in solitaria dalla terraferma senza rifornimenti. La leggenda vuole si fosse impegnato con la moglie, poi defunta, giurando di fare hara kiri in caso d’insuccesso. I piloti della base lo hanno avvistato l’ultima volta a cento chilometri dalla meta mentre marciava solitario dopo aver abbandonato in chissà quali circostanze slitta e sci. Oppure la lenta e costante avanzata di Christine Jannin e del suo compagno russo, di cui sono riuscito a registrare alcuni dialoghi via radio. Chistine è stata la prima donna francese a raggiungere il Polo dalla terraferma. La sua impresa, dedicata alla campagna in favore dei bambini distrofici, ha avuto una vasta eco in Francia. Celato nel gruppo austriaco Austropol c’era Hubert Messner, fratello del più famoso Reinhold. Hubert era venuto per collaudare la sua nuova slitta in PVC e fibra di vetro rinforzata al titanio, progettata appositamente da un team d’ingegneri della Opel per la prossima avventura transartica dei fratelli Messner. Di ritorno al campo mi sono trovato nella stessa tenda con un uomo taciturno, smilzo e barbuto, vestito con indumenti fuori moda. Mi hanno colpito le calzature, un paio di Koflach Vario Extreme dall’inconfondibile color giallo fosforescente. L’abbigliamento e l’aspetto apparivano del tutto incongrui nell’ambiente artico. Poi, osservando meglio, ho notato cucito sulla tuta uno stemma circolare con la scritta Everest Expedition. A questo punto la curiosità ha avuto il sopravvento e mi sono deciso a domandargli se per caso non fosse salito sul Sagarmatha. Si, certamente, è stata la risposta, anzi ero il capo spedizione. Il mese scorso, ha aggiunto, sono stato in Svizzera dove ho trascorso sette giorni in parete sulla Nord dell’Eiger… Sono riuscito, non senza emozione, a chiedergli il nome. Era Anatoly Moshnikov, uno dei più forti alpinisti russi. A poco a poco la consapevolezza di essere un outsider, l’ultimo arrivato, si è fatta strada dentro di me. Ma che razza di posto era questo dove il primo incontrato “per caso” aveva, come minimo, salito un ottomila oppure era un professionista dell’estremo? Pure i russi che ci accompagnavano avevano tutte le carte in regola. La nostra guida, Victor Boyarsky, è direttore del Museo Polare di San Pietroburgo e vanta un curriculum invidiabile. Ha attraversato con i cani la Groenlandia, l’Artide e l’Antartide. Lo segue a ruota il socio Victor Serov, una vita spesa come ricercatore presso le basi polari. Ce n’è abbastanza da rimanere impressionati da queste persone fuori del comune eppur dotate di grande umanità e semplicità. Come il russo Malakhov che con il socio canadese Richard Weber ha aperto un’agenzia specializzata in spedizioni artiche. I due sono riusciti nell’impresa di raggiungere il Polo Nord dalla Groenlandia ritornando al punto di partenza senza rifornimenti. Sulla strada del ritorno, dopo mesi trascorsi in un mondo gelato del tutto privo di odori, hanno avvertito una strana fragranza nell’immensità bianca senza riferimenti, come una carezza impercettibile che si andava rafforzando nei giorni successivi. Solo molto tempo dopo, quando è apparsa in lontananza la terraferma, Malakhov e Weber hanno compreso che l’aroma proveniva dalla costa, frutto della fioritura estiva trasportato dal vento ben lontano dalle terre emerse. Quell’odore, prima ancora che la vista lo confermasse, annunciava la fine delle sofferenze e il successo della loro impresa.

Il Grande Chiodo

Nella lingua Inuit il Grande Chiodo è la traduzione letterale del Polo Nord, dove coesistono il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest, dove il tempo scorre senza ore. Geograficamente è un non luogo, un’astrazione geometrica, un’entità sfuggente che si perde nell’attimo stesso della conquista, metafora della condizione umana. Chris Pala, simpatico ed eccentrico scrittore ispano-americano incontrato nella tenda francese, punto di riferimento culturale del campo, vuole ritornare al Polo Nord per inseguirlo ininterrottamente tre settimane, lottando contro i venti e le correnti che spingono lontano, rincorrendo un punto geometrico mobile sui ghiacci in movimento, il polo virtuale, sempre agognato e mai raggiunto stabilmente. Marc Battard, fuoriclasse francese specialista in velocità, è venuto al campo per provare la sua nuova slitta-barca con tenda incorporata, in vista del futuro tentativo di abbattere il tempo di percorrenza da Cape Articesky al Polo Nord, riducendolo a meno di un mese. Pare che per questo exploit ricorrerà a speciali guanti palmati, dotati d’artigli con cui fendere il ghiaccio sottile per poi pagaiare nell’acqua. Davanti ad un tale fermento di attività in un luogo ritenuto tra i più inaccessibili e difficili del mondo ci si può domandare il senso di un viaggio al Polo. Del resto già da qualche estate i rompighiaccio atomici della stazza dello Yamal salpano da Murmansk, frantumando il pack dell’Oceano Artico per solcarne le acque fino al centro, carichi di turisti facoltosi. Tali crociere ripropongono un’avventura ben diversa dall’odissea del Tegetthoff. Dalla prossima primavera, inoltre, l’agenzia di Boyarsky e Serov rinnoverà la collaborazione con Avventure nel Mondo proponendo ad un prezzo contenuto versioni soft dei suoi viaggi polari, inclusive di tutti i trasferimenti in aereo e in elicottero, tenda riscaldata e brindisi finale. Il Polo è dunque una palestra per sfidare se stessi, un impegnativo terreno di prova per imprese atletiche ai limiti della resistenza umana, un luogo idoneo al collaudo di nuovi raffinati equipaggiamenti oppure solo l’ennesima bandierina da piantare sul mappamondo?

Certamente resta e rimarrà un luogo libero e severo dove non c’è spazio per gli errori e per chi improvvisa. Forse la risposta più onesta che si può dare al perché di un viaggio al Polo, in qualunque modo si scelga di farlo, è quella che ha dato George Mallory, padre dell’alpinismo moderno, alla medesima domanda riguardo all’Everest: perché è là.

Bibliografia

  1. Barry Lopez, Dalla Groenlandia al Congo - Feltrinelli.´96. 16.000£
  2. Cristina Misischia, Mal d’Antartide - Rizzoli - 1ª Ediz. ‘91. 80.000 £.
  3. John May, Antartide - il vero volto del settimo continente - I libri di Greenpeace. Editoriale Giorgio Mondadori - Collana Airone - Toledo.´88. 42.000£.
  4. Reinhold Messner, Antartide - inferno e paradiso - Garzanti, Editore s.p.a. - 1ª Ediz. Set. ´91. 52.000 £.
  5. Victor Boyarsky, La traversata a piedi dell’Antartide - sette mesi di infinità - Gribaudo - Paravia, Torino. 1ª Ediz. ´95. 60.000 £.
  6. Associazione Grande Nord, Zemlya Frantsa Josifa - Sulla rotta della “Stella Polare” alla riscoperta della Terra di Francesco Giuseppe – Gribaudo – Paravia, Torino. 1ª Ediz. ´95. 60.000 £.

CD Consigliati

  1. Hector Zazou, Chansons des Mers Froides - Sony 1994. 32.000£.
  2. Lena Willemark, Nordan – 1994 ECM. 32.000£.
  3. Ryiuchi Sugimoto, Arctic - Polydor 1989. 29.000£.

  4. Vangelis, Antarctica - Polygram 1983. 29.000£.